LETTERATURA

la donna delle meraviglie. Un racconto “magico”.

…… Nella villa lungo il fiume dove sono nato, a cui i crepuscoli dei greti, ricchi di miraggi, davano la trasparenza di palazzi di cristallo, o dentro le grandi barche che si dipingevano per le feste che ricordavano le Antiche Venezie, ascoltavo da bambino gli uomini e le donne del Po, che parlavano dei misteri del mondo. (la donna delle meraviglie. Un racconto magico)

Quei discorsi cominciavano quando cominciava il tempo delle piene e i pioppeti, con la loro luce, si preparavano a resistere alla buia marea che sarebbe esplosa dagli argini.

MESSAGGI DALL’IGNOTO.

Può capitare a chiunque di ricevere messaggi dall’ignoto, che ci collegano con altre intelligenze. Si entra in un meccanismo arcano che dà corpo a figure, può produrre colpi di scena e straordinarie avventure.

Spesso non siamo in grado di capirlo. Pensiamo banalmente che la vita ha le sue stranezze e ci limitiamo ad accettarle. Così il mistero passa e si dissolve. Bisogna afferrarlo, e farlo nostro, non appena si manifesta. Allora sono possibili i due viaggi: del mistero in noi, di noi nel mistero. Occorre preparazione e certe esperienze aiutano.

Ho visitato i paesi dove eventi che possono apparire soprannaturali rientrano nelle leggi della natura. Sempre tenendo presente i discorsi ascoltati sul fiume. Che trovano rispondenza nei versi di Schiller: “Quale miracolo avviene? O Terra, cosa ci manda il tuo grembo? Chi vive laggiù nell’abisso?”. (La donna delle meraviglie: un racconto magico)

LA TERRA UN MONDO DI MISTERI.

Molti episodi in realtà stupefacenti, mi hanno confermato le loro conclusioni. È nei luoghi più diversi: dai regni di pietra del Perù preincaico, alle rocce brasiliane che portano inciso il segreto di costellazioni di cui solo ora si scopre l’esistenza. Ai deserti dove affiorano scritte e disegni che sfidano qualsiasi spiegazione logica. E mi son convinto che la Terra è un mondo di misteri; meraviglioso mondo di misteri.

Sulle tracce dei primi abati del Tibet, che furono grandi poligrafi, ho imparato come operano i nostri poteri sconosciuti. Medium, spiritisti, magnetizzatori non c’entrano. In quei conventi sulle montagne, che ricordano il Potala di Lhasa – palazzo e santuario dove risiedeva il Dalai Lama. – I vivi evocano i vivi e il colpo di magia, per così dire, può manifestarsi nella quotidianità.

Al monaco che chiamavano Khoda, antica parola araba che indica il dio, bastava fissarmi per leggermi negli occhi interrogativi e desideri. Trasformando all’istante alcuni di essi in visioni che avevano la concretezza della realtà. E lui stesso era oggetto di metamorfosi. Khoda era un “Emco”, un medico – il Buddha, secondo la tradizione, è il “grande medico” – conoscitore, come pochi, dei manuali dedicati ai snags, le formule magiche.

Le sabbie del Po.

Ho amato, da ragazzo, un fratello di mia madre. Era detto l’ “Armando della Madonna della Neve” e io ne capivo la ragione. Durante il ventennio, non s’era tolto il berretto. Il che significa che aveva speso gli anni della gioventù combattendo, da fuoruscito. Per la causa dei popoli di cui non conosceva né la storia, né l’ubicazione geografica, fino alla guerra di Spagna. Rimpatriato, dopo la Liberazione, l’avevano accantonato, come la maggior parte dei suoi compagni. Ritenendolo un libertario vecchio stampo. (- La donna delle meraviglie; un racconto magico)

l’Armando era tornato a lavorare nelle sabbie del Po, che dicono simili ai deserti africani. Incamminandosi, a sera, verso il battello che li avrebbe riportati a casa. I sabbiaroli erano bianchi dalla testa ai piedi, tanto che portavano un bastone con uno straccio rosso legato in cima. Per segnalarsi nella distesa accecante. Aspettando il battello, sedevano su una panca, la testa bassa, il bastone ancora nel pugno. Fantasmi rassegnati di un’epoca. Che li aveva cancellati e resi, in ogni senso, pagine bianche nel libro della Storia.

Ricordo lo sventolio degli stracci rossi sopra la fila, e solo noi ragazzi, loro figli e parenti, avevano la pazienza di avvistarli.

Ci avvicinavamo alla panca. Poiché nessuno dei sabbiaroli si distingueva dall’altro, passavamo la mano sui volti, togliendo la sabbia. Apparivano, via via, i tratti umani di quei padri. Che quando combattevano in terre lontane, avevamo immaginato eroi. La nostra fantasia ne aveva fatto già dei monumenti nelle piazze dei paesi, come Garibaldi e Mazzini. Ora, statue di sabbia.

Capivo, finalmente, perché mio zio lo chiamavano l’ “Armando della Madonna della neve”. Era di neve, troppo candido sia dentro che fuori.

Ebbene, un mattino Khoda mi lesse nello sguardo i desiderio dell’Armando. Era in corso una cerimonia. Le lunghe trombe chiamavano a raccolta i pastori nomadi. Essi si inginocchiavano ai piedi dei sacerdoti e si confessavano ad alta voce. Il monaco mi mormorò una parola “fiume”; poi, ben distinto, il nome di mio zio.

Mi girai. l’Armando era là, fra il sole a picco sul piazzale e la muraglia nera alle sue spalle. Sedeva nella fila dei monaci che avevano poteri affinati dallo studio di antichissime pratiche, degli eremiti. Che, semplicemente toccandola, sanno fondere una piccola montagna di neve. Essi lo ospitavano come uno di loro.

Tutto avvenne come quando, da ragazzo, mi avvicinavo alla panca del traghetto.

Un secondo fenomeno si produsse in una notte di recita. Gli attori davano vita ad una sacra rappresentazione, di quelle che un tempo avvenivano davanti al Dalai Lama. La giovane protagonista fingeva di partorire su un mantello color porpora, simbolo del primo sangue della vita.

Un pensiero mi attraversò la mente. Il momento della mia nascita. Ero nato all’alba. Cercai di immaginare come quest’alba poteva essere stata. Mi accorsi degli occhi di Khoda fissi su di me. Istantaneamente, guardai a destra della scena, nel buio profondo. La notte si rischiarò per la luce nebbiosa che cadeva dalle finestre in una camera povera…

Un’alba di pioggia, il fiume che tuonava contro gli argini maestri, persone che entravano e uscivano con stivali di gomma. Lasciando orme di fango, il letto contro la parete di destra, mia madre sulla parte destra del letto.

Non ne avevo mai parlato con nessuno. Nemmeno con mia madre. Tornato in Italia, la interrogai. Il suo racconto combaciò con la visione.

Potrei descrivere altri fenomeni che mi hanno dato modo di verificare ciò che lessi negli occhi di Khoda, il giorno che ci lasciammo. Dopo esserci distanziati di un tratto per la strada sassosa, ci girammo ancora una volta.

Non si produssero visioni. Fu uno sguardo.

Mi spiegò quanto dovevo sapere. Il mistero che sarebbe tornato a visitarmi. l’ignoto in noi come presenza pronta a manifestarsi. La vita dopo la morte….

Il protagonista di questa storia, La donna delle meraviglie, di Alberto Bevilacqua.

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